‘Un mondo in più’ intervista al cast e a Luigi Pane | TAXIDRIVERS

By Super User

Ottobre 30, 2021

Un mondo in più è il primo lungometraggio scritto e diretto da Luigi Pace, presentato ad Alice nella città 2021, prossimamente al cinema

Publicato il 28 Ottobre 2021 Scritto da 

 
 

Un mondo in più è l’opera prima di Luigi Pane.

Interpretato da Francesco Di Leva, Francesco Ferrante, Denise Capezza, Tezeta Abraham e Renato Carpentieri, è scritto da Luigi Pane e prodotto da Play Entertainment srl.

Il film racconta la storia di Diego (Francesco Ferrante), un ragazzo di 18 anni che abita con suo padre Franco (Francesco Di Leva) in un quartiere difficile di Roma. Qui Diego si sente più in sintonia con i profughi africani che occupano il palazzo di fronte al suo che con i nuovi compagni di scuola. Un giorno in casa arriva Tea (Denise Capezza) che, con il suo carattere, sconvolgerà la vita di Diego e suo padre.

Leggi la recensione del film!

Il film è stato presentato ad Alice nella città, dove Denise Capezza, Luigi Pane e Francesco Di Leva hanno partecipato a un incontro con la stampa.

Intervista a Denise Capezza

Cosa ti ha colpito della sceneggiatura nel momento in cui l’hai letta? Avevi altre aspettative?

Quando ho letto, per la prima volta, la sceneggiatura ero felicissima sia del mio personaggio che della storia in generale. Riguardo il personaggio ero felice per gli aspetti del carattere di Tea. È una donna sanguigna, aggressiva, rivoluzionaria, ma allo stesso tempo è capace di una grande umanità e di grande dolcezza. Questi due aspetti contrastanti mi hanno molto affascinata. È una donna diversa dall’ordinario, una donna vera anche per come vive la libertà del proprio corpo, la propria femminilità, senza essere ammiccante. Mi è piaciuta la sua verità, la sua energia, l’essere e dimostrare di essere esattamente così com’è, nel bene e nel male.

La storia, invece, mi ha colpita fortemente perché sono tanti i temi sociali affrontati nel racconto, dall’intolleranza razziale all’emarginazione sociale alla formazione scolastica… E sono tutti temi affrontati e raccontati dal punto di vista di un ragazzo di 18 anni, quindi trattati con grande romanticismo dallo sguardo di un giovane che crede fortemente che qualcosa possa cambiare. Quindi il film ci lascia una speranza.

Mi ha colpito ciò che hai detto sulla femminilità, la femminilità di Tea è in “contrasto” con l’ambiente, ma si tratta di un contrasto positivo, ho notato che Tea illumina i luoghi dove si trova. Che consigli ti ha dato il regista?

Con Luigi c’è stata alchimia fin dal primo momento. Mi ricordo un’indicazione che mi ha dato anche prima delle prove: Tea non è mai ammiccante. Tutto quello che fa è estremamente naturale e lo fa con grande disinvoltura perché lei è così. Lei è femminile e non è mai volgare e la femminilità non è un diminutivo del suo carisma.
A volte leggiamo di donne ammiccanti, languide, ma la forza di questo personaggio è proprio questa sua femminilità. È estremamente naturale, libera, a suo agio con il suo corpo e quindi è luce. La sua femminilità viene da dentro e non è qualcosa di esteriore.

Vedendola, infatti, ho pensato a un nuovo modo di scrivere il femminile, che ne pensi? Ultimamente nel cinema si notano personaggi femminili raccontati in tutte le loro sfumature.

Brava, a volte leggiamo di donne femminili che o sono solo dolci o femminili o carismatiche. Le donne, invece, sono tutto insieme. Adoro questo personaggio perché è vera a 360° e non ha bisogno di mortificare il proprio corpo e la propria bellezza per essere una donna di carattere!

Quindi nella scrittura di Tea, Luigi Pane ha fatto un ottimo lavoro.

Sì, quando ho letto la sceneggiatura la prima cosa che ho detto è stata che avevo la sensazione che l’avesse scritto una donna. A volte ti accorgi quando sono gli uomini a scrivere delle donne invece qui no. E ne ho avuto la sensazione anche nei particolari, come gli scatti e i nervosismi.

Ha centrato quindi l’obiettivo?

Sì, tutti i personaggi sono scritti molto bene, la loro storia e le loro evoluzioni.

Ti sei ispirata a qualche attrice o a qualche vicenda in particolare?

No, quello di Tea è un personaggio unico che ho cucito sulla mia pelle. Il processo è stato molto naturale e il personaggio l’ho sentito fin dal primo momento. Pur essendo molto diversa da me, non è stato complicato interpretarla, ma anzi è risultato naturale.

Potremmo dire che siete diventate amiche…

[Ride] sì!

Com’è stata la fine delle riprese?

Difficile soprattutto per l’atmosfera nata sul set. Ero molto triste di lasciare Tea e tutti gli altri.

Intervista a Luigi Pane

Parlando con Denise, le ho detto che ho notato come questo personaggio femminile sembri scritto proprio da una mano femminile. Spesso nel cinema italiano ci sono personaggi femminili di cui non si riesce a catturare tutte le sfumature perché le donne ne hanno mille e, invece, sono rimasta colpita positivamente dal modo in cui hai creato questo personaggio. Come hai fatto?

Sono contento che me lo dici. Una delle mie paure era quella di non riuscire a scrivere un personaggio femminile. Trovo che nel cinema ci sia un disperato bisogno di scrivere personaggi femminili forti e volevo proprio una sceneggiatura con un personaggio del genere, che avesse tante sfaccettature, che fosse romantica, cattiva, rivoluzionaria, anticonformista. Non è stato per niente facile affrontare questa prova.

Ho cercato di dare alla mia protagonista mille sfaccettature per renderla autentica. Ed è il personaggio che mi ha dato più gioia e dolore nello scrivere, ma anche quello a cui sono più affezionato. Si può dire che il film ha preso più forma quando il personaggio di Tea si era ben definito nella mia mente. Sono molto contento che Denise, quando ha letto la sceneggiatura, mi abbia detto: «Ma c’è qualche donna che ti ha aiutato a scrivere questa storia?», e io ho risposto: «no, non c’è stata».

Denise, poi, sul set mi ha aiutato a tirare fuori dal personaggio cose che in sceneggiatura erano solo accennate, però, ripeto, scrivere questo personaggio è stata una grande gioia e una grande sfida… io sono un uomo che ama le donne.

Hai restituito una giusta immagine del mondo femminile. Le donne sono piene di sfumature. E poco prima ho detto a Denise che il suo personaggio porta “luce” ovunque.

Sì, lei con questo misto di aggressività, sensualità, sfacciataggine è comunque sempre portatrice di bene, di luce! E sicuramente nel quartiere dove, con la sua solarità, riesce a vincere ombre ataviche che da tempo vi ristagnavano. Ma soprattutto porta luce nella vita di Diego e di suo padre che sono orfani di una figura femminile e vivono un micro mondo in cui c’è una grande assenza di femminilità in tutto. Nel muoversi e nell’arredare una casa che, senza una donna, è spoglia, non curata e priva di una personalità.

Luigi Pane sul set

Mentre mi rispondevi, ho pensato alla fisicità di Franco, una persona che spicca rispetto a Tea. Il rischio era che si scontrassero anche a livello di immagine. Invece il trio che hai creato riesce ad amalgamarsi.

Sì, perché Tea con questa esuberanza non è mai invadente, è inclusiva. Riesce a trovare un’amalgama anche quando sembra matematicamente impossibile ed è proprio questa, secondo me, la grandezza di questo personaggio! Lei sulla schiena ha tatuata una grande sirena. Io l’ho associata a una figura mitologica. Sembra quasi uscita da un mondo non legato alla realtà. Sembra magica e questa magia fa la differenza in tutta la storia.

Tu non sei di Roma ma hai deciso di girare qui il tuo primo film.

Sì, ad Acilia, Tor Marancia, Pigneto… io sono di Sorrento, ma mi sono trasferito qui a 18 anni per studiare cinema. Quando sono venuto a Roma sono stato catapultato nella periferia che è un mondo che mi ha sempre affascinato. Come il protagonista del film studiavo all’università il corso monografico di Pasolini fatto dal Professor Bruno Torri e, vivere quei luoghi menzionati nei film, era per me una doppia lezione. Li vedevo e scoprivo dal vivo, e questo, per me, è stato una grande esperienza di formazione.

Il tema dell’inclusione torna anche in questo: la periferia che si amalgama. Quindi un’inclusione fisica oltre che psicologica tra i personaggi.

Assolutamente sì ed è un’inclusività che si trova solo nelle periferie che sono luoghi inclusivi per vocazione. La periferia nasce molto spesso da persone che cercano una collocazione, il loro posto nel mondo. Per questo erano luoghi naturalmente adatti al racconto.

La storia l’avevi immaginata e scritta prima del covid e dopo l’hai voluta adattare al racconto?

Sì, c’è stato un momento di grande paura. Dovevamo iniziare a girare questo film ad aprile 2020 e poi è successa questa cosa terribile. Durante i miei giorni di lockdown pensavo «posso in una storia, che voglio che sia contemporanea, ignorare tutto quello che sta succedendo?». Ho parlato allora con i produttori del film e, alla fine, abbiamo deciso di non ignorarlo perché sarebbe stata un’ipocrisia.

A mio avviso avendola raccontata in questo modo, con sincerità, è risultata meno pesante di quando abbiamo vissuto il lockdown.

Assolutamente! Non è un film che parla di covid o che parla di virus. Non è un film che parla di quello che sta succedendo, però c’è ed è presente, sullo sfondo di quello che vediamo, sulle storie su cui ci focalizziamo.

Intervista a Francesco Di Leva

Parlando prima con il regista, una delle cose più curiose che risalta in Un mondo in più è questa tua fisicità che è in “contrasto” con i personaggi di Denise e del figlio, ma non è sgradevole. Il personaggio, pur nel suo ‘contrasto’ fisico, riesce a non mettere in soggezione.

Mi fa piacere questa tua riflessione. Anche perché è quello che vlevamo fare, nel senso che i miei personaggi hanno una grande fisicità perché sono un attore che ha una certa presenza fisica, intesa come carattere che si riesce a intravedere e non ha via di mezzo.
Non volevo che la forza di Franco apparisse subito; si poteva intuire, ma non si doveva palesare. Con Luigi, infatti, ci siamo interrogati su questo leone in gabbia che, a tratti, sembrava un orso che dormiva, subendo la vita degli altri.

Ma Franco non cerca un mondo in più, vuole solo starci. È bello stare nelle cose, nella misura di una persona che aspetta. La montagna, per esempio, è bella anche guardandola da sotto perché è potente, forte e ti emoziona. Non devi per forza arrampicarti per sapere che sei forte. E Franco si comporta proprio così. Cerca un mondo in più per suo figlio e lo trova nelle figura di Naja. Quindi ho fatto un lavoro in sottrazione.

Ed è un lavoro che si vede. Tutti sono protagonisti e hanno avuto la misura e l’intelligenza per mettersi a disposizione.

Giusto! Hai fatto una bella analisi. Tutti noi abbiamo cercato di non prevalere gli uni sugli altri. Quando i film sono scritti bene non ce n’è bisogno. C’era una dimensione corale e nessuno di noi ha cercato di imporsi sull’altro.

Deduco sia stata una bella esperienza…

Sì, perché personalmente non avevo mai lavorato sul rapporto padre e figlio. Io sono papà di due ragazzini e mi sento un bambino, ma con il film ho lavorato sul rapporto con un diciottenne.

Sei anche il papà di un ragazzo che usciva da un lockdown…

E un ragazzo con una forma mentis particolare! Franco sta cercando di imporre il suo modo di pensare, ma Diego si sta formando nella vita. Gli adolescenti si devono imporre da soli. Tu non puoi imporre cosa devono fare a tutti i costi, anzi! Siamo stati tutti adolescenti; cerchi di distaccarti completamente dalla famiglia. E anche lui prova a farlo. Ma la misura è difficilissima perché sono due maschi. Franco tenta in tutti i modi di correggere e di spiegare qualcosa al figlio, ma non ha i mezzi per poter parlare a un ragazzo che, studiando, si sta avvicinando all’arte e che sta maturando una certa sensibilità. Penso, però, che se lui ha questa sensibilità, se studia, va a scuola e ama il cinema e la cultura, è perché questo padre, da qualche parte nella sua vita, insieme alla madre, gli ha regalato qualcosa.

Com’ è stato lavorare sul set di un esordiente?

Il rapporto con un regista è un atto d’amore. Noi ci siamo piaciuti subito e lui mi ha scelto insieme alla produzione. L’ho incontrato con grande piacere perché la storia mi interessava, perché aveva un tema che a me sta molto a cuore, ovvero il sociale, e il fatto che ognuno in questo mondo deve fare quello che vuole. Da qui abbiamo costruito il film, qualcosa per un bene che non è né tuo, né degli attori, né del regista. E, per far sì che questa cosa funzioni, tutto deve essere a incastro!

Luigi è stato bravo; siamo sempre stati in ascolto, quindi, anche per questo, si trova sempre la misura. Poi ci siamo detti tutto quello che ci dovevamo dire e abbiamo fatto le scelte per il bene del film.

Come hai detto tu, il film parla di socialità e tra i protagonisti c’è la stessa provincia romana. Come ti sei trovato lì?

Grazie per la domanda. Sono felice, orgoglioso, onorato di aver lavorato a Roma in periferia. Perché ho trovato dei romani e una città completamente diversa da quella che era la mia percezione. Frequentando il centro, non ho mai avuto a che fare con il romano che, invece, è fantastico. Ho adorato Acilia e le persone che stavano là ci hanno accolto come gente di famiglia che meritano un plauso perché veramente sono state delle persone eccezionali. Lo stesso calore che ritrovo nella mia città quando rientro.

Lo dicono spesso che Roma e Napoli si assomigliano.

Sì, ma non tutti lo sanno! Roma non solo è due volte più grande di Napoli, ma la periferia è molto lontana dal centro e il centro purtroppo adesso non è in mano ai romani. Li incontri difficilmente.

È stato un viaggio pazzesco, in una città che ho scoperto perché non la conoscevo veramente e questo va a favore del film. Non puoi giudicare una persona perché viene dall’Africa, non puoi dire a una persona questa non è la tua città. Questa è la città di tutti. Anche Napoli è la città di tutti e non dei napoletani soltanto. Ognuno dovrebbe sentirsi a casa ovunque: questo è il vero mondo in più!

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